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Psicologia Evolutiva

Cosa sono i DSA?

marzo 12, 2017

Se per hobby nel mio tempo libero mi dedico ad inventare storie ed ad essere perennemente con la testa fra le nuvole, nella vita di tutti i giorni, invece, sono una Psicologa in-formazione e nello specifico mi occupo di Psicologia dell’età evolutiva e quindi anche di Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA).

Ho quindi deciso di riportare in questa sezione, in modo del tutto informale, senza tecnicismi o altro, la mia esperienza con questa tipologia di disturbi, specificandone le caratteristiche principali e le relative modalità di intervento.

Quindi, cosa sono i DSA?

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento, appunto DSA, consistono in disturbi/difficoltà specifiche di apprendimento che possono interessare le aree della lettura, scrittura e calcolo. Tali difficoltà non sono riconducibili ad una condizione di ritardo mentale e per poter parlare della presenza di un DSA è necessario possedere un quoziente intellettivo nella norma.

Questo che significa?

Significa che pur in presenza di un normale funzionamento intellettivo,un bambino nel momento in cui gli si richiede di apprendere a leggere,scrivere o far di calcolo inizierà a presentare delle difficoltà nell’imparare i presupposti necessari all’apprendimento di tali competenze. Per cui ad esempio farà confusione nel riconoscimento delle lettere dell’alfabeto omofone (la m con la n, la v con la f…), potrà presentare una calligrafia illeggibile, non rispetterà il maiuscolo, minuscolo, stampatello e corsivo oppure, ad esempio, nel caso della matematica avrà necessità di aiutarsi con le dita nel conteggio e difficoltà nel mettere in atto anche le operazioni più semplici.
Le difficoltà nell’acquisizione dei pre-requisiti della lettura, scrittura o calcolo, ovvero delle basi necessarie per poter poi implementare il leggere, scrivere o contare dal punto di vista operativo fanno sì che questi bambini si sforzino enormemente nel momento in cui gli viene richiesta una prestazione di lettura, scrittura e o calcolo ove chiaramente presenteranno un andamento diverso rispetto al resto della classe.
Ai meno esperti tali difficoltà potranno sembrare sinonimo di svogliatezza e distrazione, ma un occhio più esperto dovrebbe immediatamente porre attenzione a tali segnali che si presentano appunto nei primi anni della scuola primaria, allorquando è richiesto ai bambini di imparare tali competenze, ed invitare i genitori a rivolgersi a degli esperti che possano valutare l’eventuale presenza di tali disturbi.
Il fatto che queste difficoltà vengano definite disturbi non deve però allarmare il genitore, poiché di fatto la Dislessia, Disgrafia, Disortografia e Discalculia, sono questi i Disturbi specifici dell’Apprendimento, rappresentano delle caratteristiche neurobiologiche dell’individuo.
Ciò significa che l’essere dislessici, disgrafici, disortografici o discalculici è una caratteristica personale dell’individuo al pari dell’essere miope, piuttosto che dell’avere gli occhi grandi o neri o azzuri…
Personalmente preferisco infatti definire i DSA come delle caratteristiche personali che comportano delle difficoltà specifiche di apprendimento.
Proprio perchè tali difficoltà costituiscono delle caratteristiche personali, dai DSA non si “guarisce”.

In che senso?

Nel senso che un bambino con gli occhi neri avrà sempre gli occhi neri e così come lui, un bambino con un DSA avrà sempre un DSA.
I DSA però, soprattutto se riconosciuti precocemente possono essere “trattati” attraverso dei training cognitivi specifici ed attraverso metodologie di studio personalizzate per far sì che tali difficoltà si riducano e si compensino.

Anche questo che significa?

Significa che un bambino con Dislessia non leggerà mai in modo eccellente, ma se supportato ed aiutato tramite dei training cognitivi che lo aiutino nel riconoscimento e nella discriminazione dei grafemi in fonemi, se supportato attraverso l’utilizzo di metodologie di lettura compensative potrà migliorare la propria prestazione di lettura.
Il discorso poi si amplia molto di più se si fa riferimento alla normativa che tutela i bambini/ragazzi con DSA nel contesto scolastico e se si fa riferimento all’effettiva esigenza di leggere in modo perfetto nella vita di tutti i giorni al di fuori delle esigenze valutative che la scuola impone.

Ciò che mi premeva in questo articolo era di fornire un accenno alle caratteristiche peculiari dei DSA e soprattutto sottolineare come l’udire tale etichetta non debba assolutamente essere fonte di allarmismo, poichè non solo essere/avere un DSA è una caratteristica personale, ma i bambini con DSA hanno poi una serie di altre caratteristiche straordinarie, quali ad esempio l’essere molto, molto creativi.

Scriverò comunque molti altri articoli a riguardo.

A presto.

LeFiabediRamona

fiabe e psicologia

Storytelling e Psicologia

maggio 12, 2016

E’ circa un anno che ho intrapreso questa avventura del blogging, un po’ per gioco ed un po’ per dare sfogo ad una delle mie passioni più grandi, ovvero quella dell’IMMAGINARE, FANTASTICARE, INVENTARE.

Seguendo questo file rouge e parlando qui di fiabe, in questi mesi ho ampliato le mie conoscenze e verificato la stretta, anzi strettissima attinenza tra fiabe e psicologia, altra mia grande passione.

A questo proposito, quando ho iniziato ero sì consapevole del grande valore terapeutico delle fiabe, ma non ero a conoscenza del fatto che l’utilizzo di queste fosse di per sè un vero e proprio metodo terapeutico utilizzato tanto nella pratica psicologica che in quella psicoterapica.

Nello specifico l’uso della narrazione a scopo terapeutico è meglio noto come “Storytelling”.

Narrativa, Storia, Sogno, Raccontare, Fairy Tales

Continuando ad approfondire l’argomento mi sono allora chiesta: 1)”come viene utilizzato lo storytelling nella pratica clinica psicologica?” e 2)”esiste un fondamento scientifico dell’efficacia terapeutica di tale metodo?”

Ecco, scrivo questo post per condividere con voi le risposte alle mie domande.

1.  lo Storytelling, ovvero il raccontare storie può essere utilizzato con persone di tutte le età anche se viene per lo più rivolto a bambini ed adolescenti.

Generalmente si possono realizzare dei gruppi di poche persone, le quali sotto la guida del conduttore(il terapeuta) si impegnano a creare delle storie.

Le storie possono essere del tutto libere, per cui ognuno crea un proprio racconto, oppure possono essere guidate, per cui partendo da un racconto iniziale si chiede poi ad ognuno dei partecipanti di proseguirne la narrazione. E ancora è anche possibile che  ad ogni persona possa essere richiesto di inventare un pezzettino di racconto che alla fine sarà il risultato del contributo di ognuno dei partecipanti.

Il momento dello storytelling quindi si configura come una sorta di “laboratorio dell’immaginare” alla fine del quale le storie ottenute verranno poi analizzate dal gruppo insieme al terapeuta che guiderà ad una interpretazione ed ad una comprensione del significato del racconto finale.

I risvolti terapeutici sono molteplici, ad esempio:la proiezione del proprio mondo interno nelle storie raccontate, la condivisione di emozioni e sentimenti con il gruppo, la risoluzione di eventuali conflitti interni, il sentimento di unità gruppale…e molti altri ancora.

Gli esiti terapeutici positivi si esplicitano quindi non solo sul piano del simbolico(identificazione con i personaggi, proiezione mondo interno), ma anche su di un piano più concreto(relazionarsi con gli altri, gestire la la comunciazione gruppale, condividere le proprie emozioni, ansie, angosce…).

2. la vasta letteratura scientifica che ho avuto modo di trovare in merito all’efficacia dello storytelling mi ha confermato la concreta efficacia terapeutica della narrazione rispetto a moltissime condizioni, più o meno gravi sul piano clinico.

Di fatto lo storytelling è utilizzato in maniera assolutamente trasversale.

Ho ad esempio scoperto che l’utilizzo della narrazione può essere d’aiuto per i bambini con disturbi dell’apprendimento o svantaggio culturale nel migliorare e stimolare le loro capacità di apprendimento.

Altrettanto utile è stata ad esempio dimostrata essere anche nel migliorare la qualità di vita dei pazienti oncologici in età pediatrica ospedalizzati.

Ci sarebbero ancora tantissimi altri ambiti di applicazione in cui lo storytelling si è dimostrato efficacie, ma elencarli tutti non è lo scopo di questo post.

Il mio scopo era quello di condividere con voi le mie scoperte e sottolineare ancora una volta quanto una fiaba, una storia possano far bene. Spero nel mio piccolo di esserci riuscita 🙂 Alla prossima!

LefiabediRamona.

 

 

recensione libri per bambini

Diversità: i libri che ci aiutano!

febbraio 12, 2016

Oggi voglio inaugurare una nuova rubrica sul mio blog, voglio iniziare a parlare di libri per l’infanzia 🙂

In particolare oggi vorrei affrontare con voi l’importanza dell’insegnare il valore della diversità ai più piccini e consigliarvi una serie di libri per tutte le età che trattano questo argomento. In questo senso infatti i libri possono darci una grande mano d’aiuto!

Attraverso le metafore che utilizzano, il loro linguaggio semplice, le loro immagini è possibile trasmettere in modo molto più semplice un messaggio che se spiegato direttamente ad un bambino molto piccolo può risultare difficile da comprendere.

Vediamo quindi quali libri possono esserci utili a a tal fine.

Un primo libro che mi sento di consigliare perché semplice nella grafica e nelle parole utilizzate è assolutamente il libro di Antonella Abbatiello: “La cosa più importante”.

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Immagine: www.amazon.it

Questo libro adattissimo ai bambini dai tre anni in su tratta il tema della diversità ed al contempo della unicità attraverso un discussione tra animali ambientata nel bosco di Pratorosso.

Ogni animale interviene sostenendo di avere una caratteristica che lo rende migliore degli altri, ma alla fine l’intervento di un gufo davvero saggio sottolineerà come ognuno ha qualcosa di importante 🙂

Mi è piaciuto davvero tanto perché con poche parole trasmette un messaggio quale quello dell’unicità di ognuno in modo semplice e chiaro.

Un altro libro consigliato per i bambini dai 7 anni in su che affronta il tema della diversità in riferimento alla disabilità è il libro di Paola Viezzer: “Siamo Speciali”.

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Immagine:www.erikson.it

Di questo libro che dire? Ne sono entusiasta perché tratta temi delicati quali i diversi tipi di disabilità, le balbuzie, la cecità, la disabilità fisica, la sindrome di down, la disabilità fisica, l’enuresi ecc, con una delicatezza ed una genuinità emozionanti, fornendo anche degli spunti di riflessione su come sia possibile andare incontro e cercare di gestire ogni diversa situazione.

Questi sono i libri che più mi sento di consigliarvi. Li avete già letti? Cosa ne pensate?

Concludendo vorrei sottolineare nuovamente come la lettura sia un ottimo modo per aprire la mente, non solo degli adulti, ma anche dei bambini. I libri possono educare divertendo e possono servire da spunto per i genitori per affrontare temi difficili in maniera meno diretta.

 

 

 

 

le mie fiabe

Minutino ed il mondo di Orologilandia

febbraio 9, 2016

C’erano una volta, nel fantastico mondo di Orologilandia dodici famiglie che si conoscevano tutte fra loro.

Abitavano tutte in una grande piazza rotonda ed ognuna aveva una casetta numerata dalla quale in un certo momento della giornata, qualcuno si affacciava gridando TIC-TAC-TIC-TAC.

Non solo gridavano, ma i signori orologi correvano veloci fino alla casa dei propri vicini sempre gridando TIC-TAC-TIC-TAC.

Ad Orologilandia la vita funzionava così, due volte al giorno, al dì e alla sera, ciascuna famiglia orologina doveva uscire di casa e correre come in una maratona fino alla casa successiva.

Successe però che il signor Undici, proprietario della casa numero undici si ammalò di vecchiaia, per cui non fu più possibile per lui correre così tanto veloce da arrivare in tempo a casa della famiglia Mezzanotte.

Questo fu proprio un bel problema perché se il signor Undici ritardava tutta Orogilandia sballava.

A mezzodì era previsto il pranzo, ma se il signor Undici ritardava, questo slittava. Allo scoccare della Mezzanotte era previsto il nuovo dì, ma anche in questo caso se il signor Undici ritardava anche il nuovo dì non si presentava. Quindi tutto l’equilibrio di Orologilandia crollava.

Il povero signor Undici non aveva nessuno che potesse sostituirlo, perché la sua cara moglie era tanto malata ed il suo unico figlio, Minutino, poteva muoversi solo grazie ad una carrozzina.

Minutino avrebbe tanto voluto aiutare il suo papà, ma senza nessuno che spingesse la sua carrozzina era per lui impossibile arrivare in tempo a casa della famiglia Mezzodì e Mezzanotte.

Come si poteva fare?

Un giorno la maestra della scuola di Orologilandia ebbe un’idea geniale! Disse a tutti i suoi bambini che ogni giorno all’ora della merenda, alle undici in punto, avrebbero formato tutti insieme un trenino per andare a prendere Minutino. E di lì con a capo Minutino che giocava a fare il capo trenino, gridando tutti in coro TIC-TAC-TIC-TAC avrebbero raggiunto la casa del signor Mezzodì.

I bambini erano tutti contenti di aiutare Minutino e giocare al trenino era davvero tanto divertente.

Rimaneva però un problema, come avrebbe fatto Minutino ad arrivare a casa del signor Mezzanotte?

I suoi amichetti non potevano aiutarlo perché quella era l’ora di fare la nanna.

Come fare?

Ed ecco ancora che alla maestra venne un’idea geniale! Radunò tutti i genitori dei suoi bambini e disse loro che avrebbero fatto un trenino per andare a prendere Minutino e portarlo tutti insieme dal signor Mezzanotte.

I genitori furono tutti contenti e così quella notte eccoli lì, tutti in coro con Minutino davanti a loro: <<TIC-TAC-TIC-TAC signor Mezzanotte stiamo arrivando!>>.

Fu così che il nuovo dì si presentò e da quel giorno, ogni giorno, tutta Orologilandia Minutino aiutò.

 

LefiabediRamona.

fiabe e psicologia

Come leggere una fiaba

febbraio 7, 2016

Oggi ho pensato di dedicare un post all’importanza del COME si legge una fiaba ad un bambino.

Ebbene sì,perché una fiaba non basta semplicemente leggerla o raccontarla, ma chiaramente affinché questa diventi un vero momento di condivisione tra chi la racconta ed il bambino che la ascolta è necessario far attenzione anche agli aspetti meta-linguistici, quali l’intonazione, le pause, il timbro e la mimica facciale.

Per capire la differenza tra una fiaba letta con gli occhi ed una fiaba letta con il cuore provate voi stessi a leggere queste poche righe, dapprima leggendo in maniera normale e successivamente dedicando attenzione alle piccole pause ed ai cambiamenti necessari del tono di voce: ” Cappuccetto Rosso allora disse al lupo travestito da nonna: << Oh nonna, ma che occhi grandi che hai!>> ed il lupo rispose << oh nipotina mia, ma è per mangiarti meglio uahauah>>.

Che ne dite? Scommetto che proprio perché questo è un frammento famosissimo della fiaba di Cappuccetto Rosso spontaneamente lo avrete letto con una precisa intonazione. Ecco, è proprio questa intonazione che deve caratterizzare tutti i vostri racconti.

Un bambino quando ascolta una storia la immagina, alle parole associa delle immagini, ricrea nella propria mente lo scenario della storia ascoltata ed è per questo motivo che chi racconta una storia deve essere così bravo da dare al bambino la possibilità di immedesimarsi nella storia ascoltata, di far sembrare lui di essere stato diretto spettatore di quella data storia.

Noi lettori di fiabe per i più piccini dobbiamo allora sapere che le nostre pause, le nostre facce, la maggiore o minore velocità di lettura di certe scene, l’abbassamento o innalzamento del tono della nostra voce stimola l’immaginazione e l’immedesimazione del bambino rispetto alla storia ascoltata, solo così la lettura di una fiaba può avere senso, può essere utile al bambino per provare ed imparare a gestire le diverse emozioni suscitate, per costruire quei ricordi che una volta grandi i bambini ricorderanno con tanto affetto e nostalgia.

Pensate alla frase di prima, tratta da Cappuccetto Rosso, la maggior parte di noi la ricorda con una precisa intonazione proprio perché è così che ce l’hanno alla nostra età raccontata. Ma la ricorderemmo ancora oggi se chi ce l’avesse raccontata avesse semplicemente letto una sequenza di parole, senza arte né parte?

Ecco in questo sta la differenza tra leggere con gli occhi e leggere con il cuore e se vogliamo creare con i nostri figli, alunni, nipoti ecc un momento davvero speciale è questo tipo di lettura che noi dobbiamo adottare (la rima finale è voluta proprio perché in tema :p).

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le mie fiabe

Nuvoletta ed il mondo di Laggiù

febbraio 7, 2016

C’era una volta una nuvoletta bianca come il latte e morbida come il cotone.

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Nuvoletta amava giocare e con le altre sue amichette in cielo scorrazzava.
Un gioco che le piaceva tanto fare era il gioco del:” indovina chi sono?”
Giocava ad imitare tutto ciò che conosceva e con le sue amichette si divertiva un mondo a sfidare gli abitanti del mondo di Laggiù.
Il mondo di Laggiù era un mondo tutto rotondo con i colori verde e blu sullo sfondo.
Gli abitanti del mondo di Laggiù erano degli umani grandi e piccini che correvano sempre su e giù tutti indaffarati.
Nuvoletta che aveva un certo caratterino e che amava stare al centro dell’attenzione decise un giorno di sfidare tutto il mondo di Laggiù, reclutò tutte le sue amiche nuvolette ed iniziò a dire loro:<< tu sarai una pecorella, tu farai un cuoricino e tu, sisisi proprio tu vieni qui – noi saremo un bel castello>>.
Vedendo così tante nuvolette sparse in cielo, gli umani non potettero che rivolgere il loro naso all insù ed ecco che un piccino disse al suo papà: << papà ma quella a me sembra una pecorella>> e il suo papà rispose << mm no ma a me sembra un cagnolino>> e allora un altro piccino che era accanto a loro gli disse << no ma guardate è un maialino, ne sono sicuro!>>.
Ed ecco che tutti gli umani curiosi di indovinare cosa fossero quelle nuvolette lassù abbandonarono i loro affari ed iniziarono tutti a giocare cercando di indovinare.
Nuvoletta aveva raggiunto il suo obiettivo: attirare e sfidare gli abitanti del mondo di Laggiù.
Fu da allora che ogni giorno, da qualunque parte del mondo ci sono degli abitanti del mondo di Laggiù che si sfidano al gioco dell indovina chi sono, sfidando Nuvoletta e le sue amiche ad inventare forme sempre più difficili da indovinare.

LefiabediRamona.

fiabe e psicologia

Emozioni e fiabe: quale legame?

febbraio 7, 2016

Quando si è piccoli si vive tutto a 360°. Ogni emozione è amplificata e per un bambino molto piccolo è difficile imparare a capire e a contenere le proprie emozioni.
Le Fiabe attraverso il loro linguaggio ed i loro personaggi aiutano il bambino nello strutturare e fronteggiare le proprie emozioni. Come?
Innanzitutto non dobbiamo mai trascurare il ruolo importantissimo del “C’era una volta”. Queste tre paroline infatti hanno un grande potere sul bambino, gli permettono di addentrarsi in un mondo a metà tra il sogno e la realtà, ed è proprio perché la fiaba si colloca a metà tra la fantasia del bambino e la sua realtà che questa può essergli utile per elaborare le proprie ansie, paure, angosce in modo più semplice perché meno diretto.
Quando il bambino ha paura, la sua paura è per lui alienante. Il bambino non ha i mezzi per riuscire da solo a superare le proprie paure e spesso queste si ripercuotono sul suo benessere, per cui ad esempio un bambino inizia a bagnare il letto o ad essere particolarmente capriccioso.
Raccontargli una fiaba, magari creata proprio basandosi sulla paura che lo riguarda, potrebbe essere un modo per aiutarlo a superarla. Nelle fiabe c’è sempre un lieto fine e questo aiuta il bambino a rasserenarsi, a sapere che in qualche modo tutto andrà bene, tutto si risolverà.
L’aiuto che può dare una fiaba in questo caso riguarda anche il fatto che il bambino può, attraverso i personaggi di una storia vivere indirettamente le emozioni dei personaggi, immedesimarsi in essi e attraverso questa possibilità imparare a rielaborare e a ridimensionare le proprie di emozioni.
In termine psicoanalitici diremmo che il bambino si identifica con i personaggi e che proietta in loro le proprie paure, il proprio mondo interno, introiettando nuovi modelli di comportamento su cui fare affidamento.
Questo perché il protagonista di una fiaba, di solito è colui che affronta una serie di ostacoli e che alla fine riesce nel proprio intento (salva la principessa, batte il mostro cattivo). Il bambino identificandosi nell’eroe di una fiaba vive con lui tutte le emozioni che si verificano in una storia: PAURA, per l’equilibrio perduto,CORAGGIO( si affronta il personaggio cattivo), GIOIA ( per il ristabilirsi dell’equilibrio iniziale). In questo modo il bambino ridimensiona la portata delle proprie emozioni, impara a contenerle a gestirle e a superarle.
Le fiabe possono essere un tramite per trasmettere dei messaggi ai bambini, per rassicurarli, per tranquillizzarli, per questo motivo e per altri mille ancora che man mano farò presenti nei miei post vorrei ancora una volta sottolineare l’importanza del: RACCONTARE/INVENTARE/LEGGERE UNA FIABA.

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le mie fiabe

Caterina e la lettura

febbraio 7, 2016

C’era una volta , una bambina che si chiamava Caterina. Caterina aveva sei anni ed era tutta contenta perché alla fine dell’estate avrebbe iniziato la scuola elementare ed in I A lei sarebbe dovuta andare. Caterina fantasticò tutta l’estate su come sarebbe stato bello fare amicizia con i nuovi compagnetti e finalmente imparare a leggere così da sentirsi  grande. Ascoltava sempre ammaliata la sua mamma, quando la sera, prima della nanna, lei le leggeva le fiabe delle principesse dal libro super colorato che il suo nonnino le aveva donato. Caterina non vedeva l’ora di essere in grado di leggersele tutte da sola e per questo serviva la scuola. Venne Settembre e Caterina finalmente andò a scuola. Passò Settembre, e Caterina non riusciva ancora a leggere. Lei peró non si demoralizzò e si disse che leggere era una cosa difficile e che sicuramente facendo i compiti che la maestra le assegnava a distanza di poco ci sarebbe riuscita. Venne Ottobre, e mentre i suoi compagnetti già imparavano a leggere “mamma””papà””acqua” lei ancora non riusciva a capire quale fosse la differenza di suono tra la M e la N. Non riusciva a distinguere quale fosse la C e quale la D e proprio non riusciva a ricordarle. Venne Novembre ed ancora Caterina non riusciva a memorizzare l’alfabeto, figuriamoci a leggere le parole. I suo compagni sapevano già leggere dei paroloni e lei ancora procedeva a tentoni. Caterina era molto triste e la maestra la rimproverava perché era convinta che lei a casa non studiava. Ma Caterina studiava, eccome se studiava, ciò nonostante proprio non ci riusciva. A casa con la sua mamma, Caterina piangeva disperata e non volle più che lei le leggesse le fiabe. Iniziò ad odiare i libri e le parole e si chiuse nel suo dolore. Venne il Natale e a casa di Caterina venne a trovarla sua zia Maria che faceva la maestra nel paesino dove viveva. La zia Maria chiese alla mamma di Caterina perché la piccola fosse così triste ed allora lei le spiegò tutto, le disse :<< Oh Maria, io proprio non capisco! Caterina fa tutti i compiti, ma non riesce ad imparare a leggere e questo la rende così tanto infelice!>> Maria che di esperienza con i bambini ne aveva tanta, visto il suo lavoro di maestra capì subito che a Caterina serviva qualcosa di più del semplice quaderno in cui erano scritte tutte le lettere dell’alfabeto. Così la chiamò e le disse:<<vieni qui nipotina mia, ora noi faremo un bellissimo gioco>>. Maria iniziò a scrivere una A e su di questa iniziò a disegnare una torta a cui mancava una fetta e raccontò a Caterina la storia della signora A che ne aveva rubato una fetta.Poi disegno una B e a rapporto chiamò la mamma di Caterina.<< Vieni qui sorellina e mettiti così di profilo-ecco così!-Beh Caterina, vista così la mamma sembrerebbe una P, ma se ripensi a quando tu eri ancora dentro la sua pancia ecco allora che la P si trasforma in una B>>. Caterina e la sua mamma sbuffarono a ridere. Il gioco continuo per tutta la sera e per tutte le lettere, Maria una ne aveva. Trascorsero le vacanze e Caterina ritornò a scuola, non sapeva ancora leggere però adesso sapeva ricordare tutte le lettere perché le bastava pensare a quel pazzo gioco che le aveva insegnato la zia Maria. Ed ecco allora che Caterina imparò a riconoscere le lettere del suo nome: C-come la luna gialla che è in cielo-A come la fetta di torta al cioccolato che la signora A aveva rubato-T come papà che i pesi in palestra sollevava-E come la scala su cui al parco giochi lei si arrampicava- R come la la p con una zampetta-I come il nonno che salutando si alza il cappello-N-come le montagne russe ed A ancora quella fettina di torta che mi piacerebbe tanto assaggiare. A fine anno, Caterina non sapeva ancora leggere tante parole, ma aveva imparato a leggere il suo nome ed altre paroline ed ora era passata ad un altro gioco, il gioco del: Hey sai riconoscere i suoni? Caterina ricominciò ad amare i libri e ad andare a scuola contenta perché aveva insegnato alla sua maestra il gioco della zia Maria. La maestra capì che aveva sbagliato a  rimproverarla, imparò che non sempre il modo in cui insegnava poteva andare bene per tutti i bambini ed insieme a lei al nuovo gioco iniziò a giocare.

LefiabediRamona.

fiabe e psicologia

Fiabe e stereotipi

febbraio 7, 2016

I bambini fin da piccolissimi manifestano  una preferenza per certi tipi di giochi piuttosto che altri. Le femminucce giocano con le bambole e i maschietti con le macchinine. E ancora le femmine giocano con le femmine e i maschi con i maschi. I bambini fin già a 3 anni presentano degli stereotipi di genere che guidano il loro modo di fare.

Sanno che una femminuccia deve stare composta, gioca con le bambole e che un maschietto invece gioca a fare la guerra, con i trenini e le macchinine. A 3 anni i bambini tendono già a categorizzare in virtù di stereotipi di genere le loro scelte di gioco, di amicizia e persino di “lavoro”. Alcune ricerche hanno evidenziato come i bambini già a questa età tendano ad associare certi lavori piuttosto che altri al mondo femminile o maschile, per cui ad esempio ritengono che il lavoro di pilota o di dentista siano lavori da uomo e che invece fare la casalinga o l’ insegnante siano lavori prettamente femminili. Questa categorizzazione è ovviamente normale ed è utile al bambino per strutturare degli schemi di riferimento in base ai quali organizzare la propria identità di genere. Il problema sorge dal momento in cui questa categorizzazione è talmente netta da dividere il mondo in ciò che può o non può essere fatto dai diversi sessi.

Perchè ho fatto questa premessa?Cosa c’entra con l’argomento di cui tratto sul mio blog?

Beh, le fiabe nelle loro trame e nei loro personaggi concorrono a trasmettere alcuni stereotipi di genere ed è anche attraverso di esse che i bambini strutturano il proprio modo di rappresentarsi le figure femminili e maschili. Se pensiamo alle classiche fiabe Disney, possiamo vedere come vi sia sempre un file-rouge che vede la protagonista femminile, la principessa, vedi Biancaneve o Cenerentola, come figure passive il cui unico sogno è trovare il principe azzurro e sposarsi, figure la cui vita e spesso la cui salvezza dipende da una figura maschile, il tanto sognato principe azzurro.

E’ così che le bambine crescendo hanno come modello femminile un modello passivo che vive aspettando il principe azzurro.

Negli ultimi tempi, probabilmente perchè la realtà sociale è cambiata o perchè si è compresa l’importanza delle fiabe nella trasmissione dei modelli sociali, si trovano fiabe in cui le protagoniste femminile non sono più le classiche principesse che si innamorano al primo sguardo del principe azzurro. Un esempio di questa evoluzione è rappresentato da Ribelle, dove la protagonista, la principessa Merida si oppone all’imposizione dei genitori di trarre matrimonio e rivendica la propria libertà di scelta sulla propria vita, o ancora in Frozen la principessa Anna che ingenuamente accetta la proposta di matrimonio di un principe appena conosciuto troverà un ostacolo nel disaccordo della sorella Elsa che cercherà di farla ragionare sul fatto che non conosce nulla di questo principe.

Quindi per concludere la letteratura psicologica ma anche il cinema ci mostrano come sia importante rimandare ai bambini un’immagine più moderna, più stereotipicamente “libera” dei personaggi, soprattutto di quelli femminile che sono stati quelli più soggetti ad una rappresentazione orientata alla “passività”.

Quindi ricordiamoci di raccontare ai nostri figli, nipoti, cugini…fiabe in cui non siano solo i personaggi maschili ad essere forti ed avventurosi, ma anche le figure femminili. Questo significa abbandonare le favole che tanto ci fanno sognare sulle principesse e il principe azzurro? Certo che no!

Magari però rendiamo le principesse delle nostre favole più indipendenti, più selettive e più critiche nei confronti dei principi, così magari trasmetteremo alle bambine l’idea che l’amore fiabesco esiste, ma che sono le principesse a sceglierlo attivamente e che non si innamorano del primo che capita!:)

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le mie fiabe

Gino e il suo nuovo lettino

febbraio 6, 2016

C’era una volta un bambino di nome Gino. Aveva quattro anni e viveva in un paesino di montagna immerso in una grande bosco  con la sua mamma e il suo papà.

Gino si sentiva già un ometto e così un giorno disse alla sua mamma: <<Mamma non voglio più dormire nella culla dei bimbi,  voglio un letto perché adesso sono un ometto!>>-allora la mamma rispose<<hai ragione Gino non sei più piccolino ed io e il papà  un lettino ti costruiremo,  lo faremo utilizzando il legno della grande quercia che è laggiù nel bosco-vedi?>>-disse la mamma a Gino-indicando dalla finestra una maestosa quercia che si distingueva per la sua folta chioma.

Quella stessa sera quando il papà di Gino tornò a casa si mise subito a lavoro per costruire il lettino più bello del mondo per il suo caro figliolo. Ci lavorò per tutta la notte e quando venne l’alba del nuovo giorno il letto per Gino fu pronto. Era tutto colorato e un cucciolo di draghetto sul cuscino la mamma vi aveva ricamato.

Gino ne fu contentissimo e quando venne l’ora di andare a nanna era tutto emozionato perché per la prima volta avrebbe dormito tutto da solo nella sua cameretta. Venne l’ora di mettersi a letto e dopo che la mamma gli ebbe raccontato la favola della buonanotte Gino rimase solo nel suo nuovo lettino.

C’era buio e anche se era ormai un ometto Gino aveva paura di dormire tutto da solo per la prima volta nel suo letto. Ad un certo punto aveva così tanta paura che stava per iniziare a piangere e chiamare la sua mamma quando all’ improvviso una grande luce emerse dal suo cuscino. La cameretta  fu tutta illuminata e il draghetto che la sua mamma aveva ricamato iniziò a parlare, dicendo:

<<-Gino, tu non ti devi spaventare!-io sono Dino e sono il tuo paladino della notte.>>– Gino confuso rispose:-<<il paladino della notte? E che cos’è?>>e Dino rispose:<<-caro Gino devi sapere che ogni bambino ha un paladino della notte che lo protegge dalle paure e che gioca con lui in sogno per tutta la notte! Il paladino della notte fa compagnia ad ogni bambino rassicurandolo finchè non si addormenta e poi quando il bambino si addormenta ,tutti i bimbi del mondo ed i loro paladini della notte si incontrano nei sogni e giocano in mille modi finchè non arriva il mattino.  I paladini della notte sono tutti draghetti come me e se tu ti fiderai di me paura non dovrai avere mai perché tutta la notte con me tu passerai.>>

Gino fu sollevato dal sapere che avrebbe avuto Dino a suo fianco e non vedeva l’ora di addormentarsi per sognare e incontrare tutti gli altri draghetti con i loro bambini per giocare. Con la compagnia di Dino, Gino si addormentò e tutta la notte in mille modi lui giocò. Sognò di volare sopra il suo draghetto e da quel giorno non ebbe più paura di dormire solo soletto nel suo letto perché c’era Dino, il suo paladino della notte.

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LefiabediRamona.

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